articolo Sole24ore

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Didattica digitale elementare
9 Novembre, 2014Esperienzedidattica digitale, Montessori, scuola digitale, scuola primariaPierangelo Soldavini
In una quinta elementare la maestra assegna un compito fuori dal comune: costruite un tablet come lo volete voi, che risponda ai vostri desideri. I novelli Steve Jobs notano che sull’iPad le immagini non hanno alcun profumo, e allora nasce la app per dare a ogni oggetto il suo aroma. Poi lavorano sui colori ed ecco un’icona che permette di modificare i colori a piacimento. Ma su questo si scatena il dibattito: c’è chi difende la possibilità di cambiare la realtà e chi invece vede un grande pericolo nella falsificazione dell’esistente. Un tema che rischia di portare lontano… che in classe induce ogni bimbo a portare argomentazioni a favore della propria visione. Il tutto partendo da un tablet solo immaginato.
Siamo a Reggio Emilia, centro di eccellenza mondiale della pedagogia centrata sul bambino, nella scuola primaria del Centro Internazionale Loris Malaguzzi in cui si sperimenta l’estensione dell’esperienza educativa della scuola dell’infanzia nota in tutto il mondo. Il digitale diventa un linguaggio in più, un’opportunità che si aggiunge agli altri strumenti per raggiungere il fine educativo, che non è la semplice conoscenza, ma “imparare a porsi le domande giuste, a condividere saperi per costruire orizzonti di senso individuati dai bambini – sottolinea Giusy Grasselli, che ha appena finito il primo ciclo di primaria sperimentale -: i contenuti non sono fini a loro stessi ma diventano i presupposti per capire come si impara a imparare”.
Un po’ in tutta Italia i device digitali – siano essi Lim o tablet, pc o proiettore multimediale – stanno entrando anche nelle aule della scuola elementare, grazie a una schiera di maestri e maestre che stanno sperimentando l’utilizzo della tecnologia a supporto della didattica, sulle orme dell’esperienza accumulata in diverse scuole secondarie. Ma quello che appare chiaro, per i bambini come per i loro fratelli più grandi, è che l’innovazione non può esser costituita solo dall’applicazione della tecnologia: il digitale stesso rappresenta un potente strumento per la trasformazione della didattica, sfruttando al meglio le opportunità della multimedialità per spezzare il rapporto univoco tra docente e studente, ridando al sapere quella circolarità che caratterizza l’esperienza umana.
“Tanti sono i modi di insegnare e tanti i modi di apprendere”, sintetizza Stefania Bassi, uno dei pionieri delle tecnologie didattiche nella primaria, sottolineando il valore strumentale della tecnologia: nella sua prima elementare dell’Istituto comprensivo Carlo Alberto Dalla Chiesa di Roma si è trovata senza Wifi e con una semplice lavagna di grafite, ma non si è persa d’animo, ha portato da casa il suo tablet che collega al proiettore usando il suo cellulare come hotspot per la connessione.
Una creatività tipicamente italiana per compensare le carenza infrastrutturali, ma che parte dall’innovazione creativa nella didattica, e di conseguenza nell’utilizzo della tecnologia. “C’era un bimbo che si vergognava a leggere a voce alta, in particolare in inglese – ricorda Stefania -, mi è venuto in mente di registrare la sua lettura con un cellulare e mettere il file su Dropbox per farlo sentire alla mamma. Da allora tutti hanno voluto registrare la loro voce per far sentire la lezione ai genitori”. La semplice registrazione si è evoluta diventando video con la sceneggiatura e gli effetti sonori fatta dai bimbi stessi sulla base delle letture di inglese: oggi il canale Youtube dell’IC Dalla Chiesa di Roma ha una media di 80mila visualizzazioni.
Sono in tanti i maestri che non possono più fare a meno del web in classe. “La tecnologia è uno strumento abilitante, dall’alto potenziale motivante: tutti possono sentirsi all’altezza e soprattutto chi ha difficoltà riesce a trovare una sua dimensione e a valorizzare comunque le sue competenze”, sostiene Nadia Mainetti, insegnante della scuola primaria di Piazza Brembana che, quasi completamente digiuna di informatica, è partita insieme alla collega Daniela Cortinovis, pochi anni fa da una quarta numerosa e particolarmente eterogenea dove ragazzi molto dotati si affiancavano a disabili certificati e bimbi con problemi di apprendimento, i cosiddetti Bes, con tutte le difficoltà conseguenti. Il tablet ha rappresentato una svolta permettendo di personalizzare gli interventi e di far partecipare quei bimbi come non avevano mai fatto.
Anche perché, sottolinea Antonella Brugnoli, coordinatrice del progetto “Ragazzi del fiume” in Friuli Venezia Giulia, “lo schermo touch permette di recuperare la manualità ancora più che non il pc, mediato dal mouse: si taglia, si tocca, si trascina, si entra… diventa un’opportunità trasversale nell’ottica della pedagogia del fare”.
Inevitabile anche il coinvolgimento dei genitori, che hanno il vantaggio di partecipare e condividere quello che i loro figli fanno in classe. I genitori dell’IC Bruno da Osimo sono addirittura tornati sui banchi di scuola per affiancare i figli nell’affrontare il web perché poi sono loro che devono supportarli anche a casa. Ancora più che con i ragazzi delle superiori, il nodo del controllo diventa cruciale: generalmente a scuola sono utilizzati filtri efficaci e fonti già controllate, ma poi a casa sono i genitori a doversi affiancare ai figli conducendoli per mano a un uso consapevole della rete. A scapito dei timori, l’educazione alla navigazione diventa uno strumento di abilitazione alla cittadinanza digitale.
D’altra parte il digitale esalta l’autonomia del bimbo: “Il bambino può diventare protagonista del proprio apprendimento e in questo io vedo una grande affinità con il metodo Montessori che parte dalla richiesta del bimbo: aiutami a fare da solo – spiega Elisabetta Monticelli, dirigente dell’Istituto comprensivo Bruno da Osimo di Osimo -: il digitale offre un ambiente su misura in cui lui si muove da solo, scopre il mondo e segue i tempi che rispettano i suoi tempi. Sono sicura che la Montessori oggi utilizzerebbe gli strumenti digitali”.
“La mente umana è molto complessa e si arricchisce nell’incontro con l’altro – aggiunge Maddalena Tedeschi, pedagogista e coordinatrice della sperimentazione nella primaria del Centro Malaguzzi di Reggio Emilia -: il digitale agevola e velocizza questo incontro e promuove aspetti finora non immaginabili, favorendo un linguaggio in sintonia con la mente”. Non è un caso che si sviluppino progetti di lavori per competenze in rete tra classi e scuole geograficamente distanti. Come il progetto “Bambino autore” che coinvolge una quindicina di scuole attorno a Milano partendo da un’attività di scrittura collaborativa dove i bimbi raccontano storie non assemblando semplicemente singoli pezzi, ma concordando trame e personaggi in maniera dialettica: “Anche se abbiamo registrato un miglioramento complessivo della capacità di scrittura, l’importante non sta tanto nel prodotto finale del lavoro, ma nel processo collaborativo attivato per arrivare a quel risultato”, spiega Stefano Merlo, coordinatore del progetto e ricercatore di Scienza della formazione a Milano Bicocca.
Anche in Piemonte il progetto di Dschola fa leva sull’aspetto collaborativo favorito dal digitale: “Il coinvolgimento è decisamente superiore e la condivisione permette di imparare dagli altri”, spiega Paola Limone, insegnante della primaria Bruno Ciari di Grugliasco. Dschola ha anche avviato gemellaggi con scuole straniere che favorisce lo scambio e il lavoro in lingua.
Sull’apprendimento cooperativo in rete si fonda anche Ragazzi del fiume, progetto che raccoglie nove istituti comprensivi per un totale di 7mila ragazzi e 800 docenti tra Friuli e Venezia Giulia, che si basa sul lavoro sulla base di unità didattiche elaborate insieme tra classi diverse e la condivisione dei materiali via blog. E che ora si è evoluto arrivando alla produzione di ebook autoprodotti dai bambini. Il progetto ha anche adottato un sistema originale per ovviare alla carenza di dotazione tecnologica: un laboratorio mobile con una quarantina di tablet che viaggia per tutta la regione, le classi prenotano e per una settimana hanno a disposizione un device per alunno. Poi la settimana successiva tocca a un’altra classe. Anche questa è condivisione.